Massimo Fini: 15 dicembre al Presidio Milano

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Riprendiamo gli aggiornamenti

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I commercianti di Corso Buenos Aires con Forza Nuova

Quello che facciamo non vola via con il vento.

AVANTI FORZA NUOVA.

La Tessera del Tifoso

C’è da svegliarsi. Esattamente come le barzellette (riuscite) e le escort (ancor più riuscite) di Berlusconi servono soltanto a sviare l’attenzione da cose ben più gravi e importanti, così i turpiloqui di Borghezio e le sparate a zero di Bossi convogliano l’attenzione dell’italiano medio su cazzate da terzo servizio di Studio Aperto, e passa (quasi) sotto silenzio uno dei più scandalosi provvedimenti della storia d’Italia, concepito inizialmente dal socialista Amato, ma portato avanti e suggellato dal leghista Maroni: la tessera del tifoso.

C’è  da far notare come sia un provvedimento di tipo economico prima di tutto. Le tante personalità che lo sostengono e lo portano avanti ci speculeranno sopra, e non poco; si potrebbe approfondire il discorso inserendo nomi e cognomi di queste persone, ma è sufficiente uno sguardo al vertice: Luigi Abete, banchiere, che trarrebbe grossi benefici dall’emissione delle tessere, è fratello di Giancarlo Abete, presidente FIGC, uno dei promotori della tessera. Un esempio pratico di guadagno è il fatto che la tessera andrà ricaricata per l’acquisto di biglietti, gadget, ecc. , e per ogni ricarica v’è un costo di commissione; un altro esempio è che quasi tutte queste tessere hanno un costo e una scadenza.

Causa e conseguenza della forte valenza economica del provvedimento sarà il grande ruolo che i mass media avranno nel gestire l’accompagnamento dell’emissione della tessera. I giornali e le tv dovranno essere dei filtri perfetti cosicchè la tessera attiri il maggior numero di persone, e a questo scopo si punterà su due aspetti fondamentali: il consumo e l’incutere paura. Due elementi che fanno sempre presa sul superficiale italiota.

Nel primo caso si gioca sul fatto che la società consumistica italiana ha fatto si che s’inculcasse nella mentalità di coloro che seguono il calcio moderno, che più si hanno gadget (rigorosamente ufficiali) della propria squadra del cuore, più si è tifosi sfegatati. Quindi questa tessera e tutte le raccolte punti, o gli sconti, di cui si fa promotrice porterà queste persone a vederla come un modo meno dispendioso per ricoprirsi di colori sociali, una cosa molto positiva insomma, e come se ce ne fossero pochi, altri soldi circoleranno nel mondo del calcio.

Riguardo il secondo aspetto prima sarà importante mettere il tifoso curvarolo, (detto altrimenti “pericoloso Ultras”, se non schierato a sinistra “xenofobo”, cosi la gente che guarda il tg la sera può scuotere la testa per più secondi di fila a seconda di quanti sono gli oggettivi affibbiati) alla stregua dei peggiori criminali, dopodichè far passare la tessera come arma per debellare questa pericolosa piaga da tutti gli stadi italiani. Arma oltre che inefficace, immorale, incostituzionale, repressiva, razzista, classista, e chi più ne ha più ne metta; la confusione e l’incomprensibilità che ruota attorno a questo provvedimento non è del tutto casuale, ma deve condurre a far pensare al cittadino che è cosa buona e giusta senza che si faccia troppe domande (altrimenti è finita).

Non mi soffermerò sulle contraddizioni pratiche e tecniche di questo strumento, gente più esperta e preparata di me sta già provvedendo a controinformare i futuri “clienti”; più interessante è invece analizzare a fondo i motivi di questo provvedimento liberticida.

Perché, quindi, si è elaborata questa tessera? Tutti saprebbero dare una risposta base a questa domanda: motivi di ordine pubblico, rendendola cosi lecita e giustificabile. Il meccanismo razionale della gente funziona cosi: gli Ultras “fanno casino”, quindi è giusto che vengano schedati per individuare “le mele marce” come accadeva nelle vaccherie al tempo della mucca pazza, e allo stadio si sta più tranquilli. Provvedimento “giusto” quindi, perchè allo stadio ci può sempre essere chi vuol far casino, e “prevenire è meglio che curare” (in virgolettato citazioni tipiche dell’argomento). Ma anche in discoteca ci può sempre essere chi vuol vendere la droga, e siccome “prevenire è meglio che curare”, si facciano le tessere nominative pure per l’ingresso in discoteca.  Anche al supermercato ci può sempre essere chi vuol fare una rapina; avanti con la schedatura nominativa per entrare al supermercato. E così via. Insensato, si dirà, leggendo queste righe, ma il ragionamento è questo. Non è catastrofismo, ma lungimiranza. E’ un tentativo di schedatura preventiva che dev’essere a tutti i costi fermato, e tutti devono capirlo. Perchè si inizia con la tessera del tifoso, e si finirà con la schedatura per qualsiasi cosa, con la “prevenzione per motivi di sicurezza” come motore della società, grazie a mezzi sempre più sofisticati, proprio come nei romanzi di Orwell e Bradbury.

Libertà per gli uomini dunque, prima che per gli Ultras. Anzi, solo per gli uomini, perchè tanto i tifosi, quelli veri, questa tessera non se la faranno. ’Essere Ultras, esserlo nella mente’ non dev’essere soltanto il ricordo di uno striscione, ma in questi giorni tristi per la libertà degli italiani, una vera e propria massima. Serve mentalità, quella che contraddistingue l’ultimo baluardo di ribellione alla società moderna da quasi mezzo secolo a oggi, l’unico vero fenomeno antagonista che lo Stato teme sul serio e quindi combatte così strenuamente, con la forza e con l’inganno. C’è da svegliarsi, chi ci governa non deve riuscire a trasformarci in un gregge, e per far si che ciò non avvenga ci sarà da combattere. Perchè prevenire è meglio che curare…

Fabrizio Pusceddu (Ultras S.S Lazio)

Lascia o Raddoppia?

A Milano, si raddoppia.

“La maggior parte fa solo chiacchere, sa solo parlare, ma alla fine quelli che fanno i fatti sono coloro che cambiano il mondo e quando lo fanno cambiano anche noi, per questo non li dimentichiamo mai. Voi a quale categoria appartenete? Fate solo chiacchere oppure vi alzate in piedi e fate i fatti? Perché credetemi tutto il resto è solo una marea di cazzate…

6/12/2010: L’ Asse Roma-Berlino-Tel Aviv

“L’instaurazione dello storico Stato ebraico su base nazionale e totalitaria, legato da un trattato con il Reich tedesco, sarebbe nell’interesse del mantenimento e del rafforzamento della futura posizione di potere tedesca in Medio Oriente”, questa frase pronunciata dai sionisti del Lehi per proporre un’alleanza militare al Terzo Reich è una delle tante testimonianze riportate nel libro “Asse Roma – Berlino – Tel Aviv”, scritto da Andrea Giacobazzi e recentemente pubblicato dalla casa editrice Il Cerchio.
Il testo analizza gli intensi rapporti instauratasi durante gli anni della seconda guerra mondiale tra le più diverse organizzazioni ebraiche (religiose, laiche, socialiste, nazionaliste, sioniste, sioniste-revisioniste) ed i vertici politici dell’Italia di Mussolini e della Germania di Hitler.
Molti i temi affrontati. Per quanto riguarda l’Italia la presenza massiccia di ebrei tra i dirigenti dello Stato fascista, il caso del giornale ebraico-fascista “La Nostra Bandiera”, gli intensi e proficui scambi tra i dirigenti sionisti e l’Italia di quegli anni in campo economico e politico, il rapporto privilegiato dei sionisti-revisionisti di Jabotinsky – considerati i “fascisti del sionismo” – e le organizzazioni dell’Italia fascista, in particolare la nascita, presso la scuola marittima di Civitavecchia, di un corso ebraico, nucleo della futura marina israeliana.
Mentre per la parte tedesca l’esistenza di gruppi organizzati di ebrei “assimilati” favorevoli all’instaurazione del nazionalsocialismo, la presenza tutt’altro che ridotta di esponenti di origine ebraica nelle forze armate e negli apparati di potere tedeschi, le fonti finanziarie del regime hitleriano, i forti legami e gli importanti accordi “nazi-sionisti” tra cui l’Haavara (per il trasferimento delle proprietà ebraiche in Palestina) e gli Umschulungsläger (campi di addestramento per i pionieri sionisti presenti in Germania), le collaborazioni con i sionisti-revisionisti ed in particolare le proposte di alleanze di guerra avanzate dal Lehi al Terzo Reich in cambio d’aiuto per la creazione dello stato ebraico.
Questa è la dimostrazione di come in politica non esista il Male Assoluto di stampo metafisico, ma le alleanze sono sempre variabili in funzione degli obiettivi che si vogliono raggiungere.
Come giustamente ha scritto il giurista Carl Schmitt, la dicotomia buono/cattivo riguarda unicamente la sfera morale, mentre nell’agire politico la distinzione fondamentale è quella tra Freund (amico) e Feind (nemico).
Tutto questo vale anche per la politica odierna. Basti pensare al leader populista olandese Geert Wilders che, pur tacciato dai media di razzismo, ha ottimi rapporti con Israele, in particolar modo con Aryeh Elhad, ex generale ed esponente del piccolo partito di estrema destra Hatikva, ed il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman; o, per rimanere in casa nostra, ricordiamo che l’europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio ha definito, elogiandoli, “nuovi centurioni” i “guerrieri” israeliani che combattono i palestinesi “seguaci di Allah”. Tutto questo, ovviamente, in funzione della comune battaglia contro l’Islam.
Ecco perché consigliamo la lettura di questo libro. Troppo spesso abbiamo sentito parlare di leggi razziali o persecuzioni contro gli ebrei durante il secondo conflitto mondiale. Eppure la Storia non è così lineare come vorrebbero farci credere. Ed il libro di Giacobazzi ha proprio il merito di parlare di vicende troppo spesso sottaciute o, peggio ancora, dimenticate.

fonte. Ariannaeditrice.it

Gabbo VIVE.

Cari amici,

giovedì 21 ottobre, il CUIB d’Avanguardia, effettuerà un banchetto vicino all’Università Cattolica, per raccogliere il numero di firme necessarie per poter chiedere di mettere una targa in ricordo di Gabriele Sandri nell’area di servizio in cui è stato ucciso.

Vi invito tutti a firmare: un piccolo gesto, per dare un grande segno.

GABBO VIVE!

Comunità, Militanza e Goliardia.

Per gli Uomini Liberi [da leggere anche fra le righe]

Il partito come alienazione di Marco Petrelli

Berto Ricci nel cuore, Stalin nella testa

“Non si può essere buoni soldati in una guerra marcia alla base”.

Alcuni di voi ricorderanno il famoso film di Kevin Reynolds “Belva di Guerra”, dal quale è tratta la citazione. Nella pellicola l’idealista soldato Kovarchenko attacca, con queste dure parole, il fanatico sergente, responsabile di uccisioni indiscriminate e distruzioni di villaggi nell’Afganistan lacerato dall’invasione russa.

Era il 1988 e il mondo assisteva ad un nuovo Viet Nam, dal quale stavolta usciva malridotta l’Unione Sovietica, destinata ad implodere nel giro di pochi anni.

Potrà sembrare assurdo cominciare questa riflessione dall’Afganistan degli anni Ottanta, eppure è proprio dalle montagne del Panshir che prende forma questo mio pensiero.

In primo luogo, sarò felice se alcuni lettori andranno a vedersi il film o si documenteranno su una campagna militare durata dieci anni, costata migliaia di morti e rimossa dalla memoria collettiva insieme agli eventi bellici delle Falkland, di Granada e di Corea; in secondo luogo di un po’ di marcio (e di un po’di ‘sovietico’) dobbiamo parlare.

Ieri sera mi è capitato di ascoltare l’inno di Potere Operaio. Un messaggio duro, forte, parole decise e contenuti allucinanti. Un inno che sicuramente sarà rimasto impresso nella mente di chi, in quegli anni, ha visto sfilare cortei di militanti infuriati, che lanciavano nell’aria un “via dalle linee/prendiamo  il fucile, forza compagni alla guerra civile”.

Nell’inno c’è un continuo riferimento al Partito: esso è forza, collettività, strumento di vittoria ma anche “padre-padrone” (Viva il Partito Rivoluzione), attraverso e per esso ci si batte, senza il Partito non si va da nessuna parte. E’ il Partito che decide le strategie e sceglie chi andrà in prima linea, chi finirà ammazzato o a marcire in una sordida cella, chi invece diverrà cavallo vincente della tanto agognata rivoluzione. Da P.O. all’attuale estrema destra, passando per i centristi e le ali moderate, questo astratto concetto di collettività politica non è mai stato abbandonato. In  faccia a proclami, retorica, idealismi vari il Partito è l’alienazione del militante politico, alienazione che trova fine ultimo nel cancellare e calpestare il valore del singolo, le sue prospettive ed idee, in funzione di un apparato interno che deve essere mantenuto in piedi mediante il tacito ed ubbidiente lavoro della base.

L’ ultra destra pretende, oggi, di recuperare gli entusiasmi di Fiume, le energie del ‘diciannovismo’, l’anarchia dei Ricci e dei Gallian, scadendo nel riproporre sempre lo stesso prodotto: un Partito ultra gerarchico, antidemocratico, incapace di ascoltare poiché i suoi dirigenti, tra superbia e ignoranza, preferiscono un numeroso ‘popolo bue’, a pochi elementi preparati e acculturati. (leggi, col linguaggio di altri tempi, una vera Aristocrazia rivoluzionaria).

Il tutto in spregio a ciò che la stessa Costituzione indica, ovvero il dovere di partiti e movimenti di educare i militanti ai valori della Costituzione stessa, in primis il rispetto e la tolleranza. Invece, i principi motori della vita sezione paiono essere la capacità di cambiare casacca  .

Per decenni abbiamo accusato l’estrema sinistra di stalinismo:

quella loro assoluta intolleranza ci ha spinti a considerarli una sorta diStasi che all’università e nelle scuole ci impediva di esprimerci. Sovente, non ce ne siamo accorti ma è così, la Stasi ci aspettava in sezione, pronta a colpirci nel caso in cui fossimo usciti dal seminato, da una linea non condivisa presa da chi si trovava anche un palmo sopra di noi.

L’epurazione, una volta condotta con il colpo alla nuca o il ‘trasferimento’ nei campi di lavoro, assume oggi connotati non violenti ma subdoli, viscidi: colpire la minoranza interna screditandola, facendo leva sulla base restante (credulona e pronta a incapace di dire no) o su piccoli feudatari locali, impegnati nella loro giornata a tenere informato lo ‘Stato Maggiore’ anche su quante volte si recano al gabinetto.

Perché dibattere quando si può eliminare la contro parte con accuse di tradimento? Chi è rimasto nella politica militante ha assistito e assiste a questa pratica fruttuosa. Fruttuosa per chi mercifica le idee in funzione di un tornaconto personale, per chi cela la propria incapacità scaricando la colpa sul ‘nemico’, accusato di essere troppo intransigente e non democratico.

Una forma di stalinismo nero, di epurazione neofascista, già comparsa a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, quando l’MSI di Almirante abbandonava le sezioni ‘ribelli’ del FdG e del Fuan, preferendo un taglio netto al civile confronto.

Seguo ora l’intervista ad Alessandra Colla nei Colori del nero: la donna destinata a curare i camerati? E l’uomo? Ancora peggio. Una macchina: manifestazione,volantino, botte, partecipazione alla campagna elettorale. Un marchingegno quando ha una tessera in tasca, un numero quando è simpatizzante, ‘massa’ (gli esterni) a cui si pretende di dare a bere qualsiasi cosa.

Non esiste un movimento politico, o un’associazione culturale (moda del momento), che si sottragga a questa logica. La verità è che Kovarchenko aveva ragione: non si può essere buoni soldati in una guerra marcia alla base. Aggiungo che non si possa nemmeno sperare di cambiare la Società affidandosi ai ‘masaniello’ tutto Predappio e nostalgia. Forse sto mondo è finito. L’idea non è morta, ma il carico di carognate, di schifo e di letame che le è stato lanciato addosso l’ha resa inerme ormai e difficilmente perseguibile. Idea nella quale ancora in molti crediamo, ma che subisce lo stupro continuo e indiscriminato di burocrati di partito, opportunisti, sfruttatori pronti a scappare con la ‘cassa’ alla prima occasione. Oltre che stalinismo anche la vecchia, bastarda disonestà dell’ambiente, pagata in primo luogo dagli idealisti e dai più giovani.

Economia, 250 laureati in Cattolica esclusi dalle magistrali.

Milano,15 Settembre 201. Escono le graduatorie per l’accesso e alle magistrali, e con grande sorpresa, a pochi giorni dall’ inizio delle lezioni, numerosi studenti si ritrovano fuori.

Durante il percorso triennale, a questi stessi studenti, è sempre stato detto di non badar tanto alla media, e seguendo tale consiglio, si sono visti sorpassare in graduatoria da laureati esterni.

E’ giusto dire che tale problema, si è verificato solo per gli studenti che avevano richiesto l’ammissione alla laurea magistrale in Management, mentre per gli altri tre corsi di laurea, Mercati e strategia, Economia e Legislazione d’impresa, tale problema non si è verificato.

Possibile, ci chiediamo noi, che l’università non abbia informato gli studenti sui criteri d’ammissione? Possibile, inoltre, che la stessa università, viste le più di 700 domande d’ammissione arrivate ad Agosto, non abbiano pre-avvisato gli studenti circa l’eventuale non ammissione?

Qualsiasi sia il motivo, IL DIRITTO ALLO STUDIO AI LAUREATI IN UNICATT NON è STATO GARANTITO, chiediamo dunque, per gli anni futuri, più chiarezza e che venga garantito un canale preferenziale ai nostri laureati.

Il Cuib d’ Avanguardia

www.cuibavanguardia.wordpress.com

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